Leonardo Pivi



Daniela Ardizzone
Nicola Davide Angerame
Dede Auregli
Renato Barilli
Luca Beatrice
Maria Rita Bentini
Bruno Benuzzi 
Francesco Bonazzi
Beatrice Buscaroli Fabbri
Lorenzo Canova
Paul Carey Kent
Fabio Cavallucci
Guido Curto
Roberto DaOlio
Edoardo Di Mauro
Emanuela De Cecco
Costantino D’Orazio
Francesco Gabellini 

Sabrina Ghinassi
Francesca Giraudi
Raffaella Iannella
Anna Malapelle
Susanna Mandice
Luigi Meneghelli
Guido Molinari
Alessandro Pessoli
Francesca Pietracci
F. Poli / G. Serusi
Ludovico Pratesi
Letizia Ragaglia
Gianni Romano
Maurizio Sciaccaluga
Marco Senaldi
Sabina Spada
Maria Grazia Torri 

Lo spirito dopo la contaminazione
(By pass 1996)

Guido Molinari

Una forza primordiale e arcaica percorre le opere di Leonardo Pivi: sculture in cemento armato, sassi scolpiti ma anche immagini in computer graphics o interventi sul corpo che hanno come comon denominatore la carica fantastica di rm’ipotetico immaginario medioevale, accanto ad una spinta verso alterazioni e mutamenti propri dell’universo massmediale. Leonardo Pivi integra perfettamente l’ambito artistico legato ad on fare materiale (scolpire, disegnare) con i mezzi freddi relativi alla morte dell’arte (video, diapositive, ready made ecc…) giungendo ad una sintesi in grado di condurre energie che attingono ad una dimensione atavica. Convivono fianco a fianco, a volte pervasi da una carica sottilmente ironica, elementi mitici, simbolici, religiosi accanto a personaggi e figure proprie del mondo dell’infanzia: pinocchi e puffi inquietanti immersi in un’operazione di straniamento e di alterazione, generata dagli stessi meccanismi dell’universo onirico.

Disossando personaggi
(By pass 1996)

Guido Molinari

Protagonista del video è on piccolo drago, simpatico anche se mostruoso, intento a compiere atti bizzarri di autolesionismo: l’animale fantastico appare impegnato a percuotersi con vibrate martellate i propri testicoli posti so di on incudine. Ormai sappiamo che i meccanismi che sottendono alla risata, allo humor, all’ironia sono estremamente prossimi a molti effetti di straniamento che possiamo riscontrare nei sogni o in molte opere d’arte contemporanea. L’effetto comune è senz’altro lo sprigionamento di cariche emotive e di energie psichiche le quali, nel caso dell’arte, sono strettamente legate non solo al contenuto ma a tutto il sistema di realizzazione dell’opera. Nel nostro caso siamo in presenza di uno sconfinamento dall’ambito scoltoreo, punto di partenza dell’operazione, per approdare a territori in cui è in atto un’opera di incarnazione del personaggio in materiali molli, mobili, appartenenti al regno del presente, tali da generare una creatura senza ossatura, senza apparato scheletrico. Se da un lato la componente “soft” del materiale rimanda, conic nel caso dei testicoli ridicolmente allungati, all’elasticità e alla malleabilità dei corpi nei cartoni animati, la componente “hard” è rintracciabile nella tecnica di animazione, realizzata registrando alcuni fotogrammi al secondo: l’effetto percepibile sul soggetto in azione sarà quello di un movimento meccanico, forzato, frutto di un’animazione estremamente arcaica, scarna ed essenziale, primitiva. La scena si presenta dunque in maniera dura e diretta: abituati ormai alle azioni spesso violente della Body Art, ci troviamo ora di fronte ad un passaggio dall’impiego del corpo umano come soggetto dell’opera e all’impiego di un corpo mutante, mass mediale, imprendibile, legato indissolubilmente all’immaginario televisivo e pubblicitario attuale. La stessa tecnica di animazione utilizzata per far vivere le creatore fantastiche dei film mitologici degli anni Sessanta viene assorbita e riutilizzata dall’artista per infondere vitalità ad on personaggio che si muove so di uno sfondo neutro e semplice, in grado di evocare nella sua essenzialità alcuni episodi del “Carosello” televisivo a coi assistevamo da piccoli, ormai parte dell’immaginario collettivo degli appartenenti alla nostra generazione.

Divinità in cemento armato
(Operat 1995)

Guido Molinari

La gigantesca statua di Michael Jackson che improvvisamente si anima e guida una parata in cui la folla segue il son idolo in un tripudio di colori, oppure i giganti d’argilla, vivi ma goffi e schematici, nati dalla fantasia delle protagoniste del film di Peter Jackson. “Creatore del cielo”, costituiscono all’interno dei media alcuni esempi di come venga conferita nuova vita al mito.
In ambito artistico le strade che, parallelamente ma con altri esiti, percorre da tempo Leonardo Pivi, riguardano, una ricerca in cui la consapevolezza del presente induce ad indagare oltre l’insabbiamento sublimale le trasformazioni tecnologiche e culturali in atto.
Il mass mediologico Marshall Mcluhan sosteneva che nell’età contemporanea noi viviamo miticamente ma continuiamo a pensare frammentariamente e su piani distinti; Pivi ci aiuta a pensare miticamente, in piena sintonia con il “campo totale” in cui ci troviamo sempre più coinvolti nell’età elettrica.
Il distacco del chirurgo dalla sofferenza del suo paziente rappresenta un esempio agli antipodi della situazione che si configura attualmente nella società: i media, governati sempre più da fenomeni di azione e reazione istantanei, ci pongono in stretta vicinanza l’un l’altro, provocando in noi un’alta partecipazione emozionale in grado di coinvolgere la totalità del nostro sentire.
A questo processo in atto di “contrazione” del mondo, corrisponde analogamente la condizione mitica a cui siamo soggetti quotidianamente, la quale implica una condensazione di molteplici componenti in grado di fare leva su sentimenti profondi e diffusi. L’opera presentata in quest’occasione da Pivi si articola in più elementi: una statua in cemento armato risultato di un mixaggio, o meglio di una permanente dissolvenza incrociata tra le figure estremamente stilizzate di Cristo e di Budda e il video connesso, in cui la stessa statua è colta su un cavalcavia nell’atto di gettare una pietra sulla trafficata autostrada sottostante.
Due differenti livelli di genesi del mito vengono fatti scontrare nell’opera. Da un lato, se prendiamo in esame la sola statua, possiamo individuare tracce di mitopuietica “diretta”, cioè codificata “dall’alto”, fondata su una tradizione iconologica antica legata alle immagini sacre e istituita in origine per comunicare in maniera immediata gli insegnamenti religiosi.
Dall’altro, se osserviamo il video, possiamo constatare come un particolare fatto di cronaca nera sia chiamato a rappresentare un caso di mitopuietica “spontanea” Un atto delittuoso, moralmente riprovevole, tramite l’immediata risonanza dei media dà origine a comportamenti analoghi, fino a costituirsi come modello, proiezione diffusa, simbolizzazione inconscia di profondi disagi e angosce. Pivi dunque da un lato attinge ad un repertorio già codificato per ridare nuova sostanza a vecchie immagini mitiche, dall’altro si ricollega all’attualità, alla nuova universalità del sentire e del vedere per constatare come le tecnologie contemporanee ci conducano inevitabilmente verso sempre maggiori gradi di angoscia e di coinvolgimento emozionale, in questo secolo segnato non solo dalla psicanalisi ma anche da una richiesta di consapevolezza dell’inconscio a cui non e estranea la stessa esplorazione artistica.
Bisognerà sottolineare come nell’opera non si voglia dare un giudizio morale sull’evento: non e nei propositi dell’artista mettere in scena un’entità divina punitiva e malvagia, come erroneamente potrebbe apparire. Annullando ogni ‘punto di vista” particolare, così da impedire una frammentazione e una distinzione in piani, Pivi, tramite il linguaggio artistico, ci spinge verso un’adesione immediata, mitica e in profondità al fatto. Il suo inteiiento si concretizza dunque nell’innescare un processo creativo di conoscenza in cui la simulazione ha il compito di dare ita al mito e allo stesso tempo di evidenziarne i processi di simholizzazione inconscia sino alla rivelazione.