Leonardo Pivi



Daniela Ardizzone
Nicola Davide Angerame
Dede Auregli
Renato Barilli
Luca Beatrice
Maria Rita Bentini
Bruno Benuzzi 
Francesco Bonazzi
Beatrice Buscaroli Fabbri
Lorenzo Canova
Paul Carey Kent
Fabio Cavallucci
Guido Curto
Roberto DaOlio
Edoardo Di Mauro
Emanuela De Cecco
Costantino D’Orazio
Francesco Gabellini 

Sabrina Ghinassi
Francesca Giraudi
Raffaella Iannella
Anna Malapelle
Susanna Mandice
Luigi Meneghelli
Guido Molinari
Alessandro Pessoli
Francesca Pietracci
F. Poli / G. Serusi
Ludovico Pratesi
Letizia Ragaglia
Gianni Romano
Maurizio Sciaccaluga
Marco Senaldi
Sabina Spada
Maria Grazia Torri 

Il corpo primordiale
Shape your body, Galleria La Giarina, Verona, 1994
Luigi Meneghelli

La scultura di Leonardo Pivi suggerisce un’atmosfera dichiaratamente magata: schegge di immagini, minimissime o gigantesche, terribili o violentemente caricaturali; esseri dai tratti stilizzati, estranei ad ogni idea di forma, di definizione figurale.
Sagome innocenti, “prime” o primitive: non solo perché sembrano scavate da forze naturali o incise come antichi amuleti, ma anche perché il gesto non si ferma nella materia e nella sua intima fisiologia, ma la trascende cercando un’immagine multipla (contemporaneamente effige umana, allusione animale, segno infero, insegna regale, ecc.).
Attitudine questa, che si trova anche nei piccoli studi con i quali Pivi si accosta all’opera: tracce che crescono su sé stesse, quasi salissero dal fondo del foglio e diventassero disegni senza immagine, senza racconto, già nei pressi dell’astrazione. E la figura simbolica dell’embrione che si evidenzia (o anche quella della maschera), dove il corpo è ridotto a viso e il viso è sviluppato alla maniera del corpo, generando una sconvolgente deformazione dei tratti fisionomici: una traslazione delle parti. per cui ciò che è elevato (il corpo) si contrae e ciò che è raccolto (il volto) si dilata. La conseguenza è che il lavoro di Pivi non è da leggersi come pura presa delle distanze rispetto “all’immediatezza mediale” (all’immaginario quotidiano), in favore di un recupero nostalgico del fare (del gesto naturale), quanto come la costruzione di una forma che si nasconde. E in questo suo nascondersi si inghiotte, sprofonda nei suoi lineamenti poveri e terroristici se è l’osservatore: alterazione/nascondimento di ogni fisionomia che rende la scultura una cosa in sé, un fatto, un feticcio sovrastante, immodificabile: ultramondano (anche se eretto con spoglie, banali elementi del mondo).

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