Leonardo Pivi



Daniela Ardizzone
Nicola Davide Angerame
Dede Auregli
Renato Barilli
Luca Beatrice
Maria Rita Bentini
Bruno Benuzzi 
Francesco Bonazzi
Beatrice Buscaroli Fabbri
Lorenzo Canova
Paul Carey Kent
Fabio Cavallucci
Guido Curto
Roberto DaOlio
Edoardo Di Mauro
Emanuela De Cecco
Costantino D’Orazio
Francesco Gabellini 

Sabrina Ghinassi
Francesca Giraudi
Raffaella Iannella
Anna Malapelle
Susanna Mandice
Luigi Meneghelli
Guido Molinari
Alessandro Pessoli
Francesca Pietracci
F. Poli / G. Serusi
Ludovico Pratesi
Letizia Ragaglia
Gianni Romano
Maurizio Sciaccaluga
Marco Senaldi
Sabina Spada
Maria Grazia Torri 

Ho, this is so contemporary!
Tratto da Bmm allegato n° 14 del 25 11 2005
Sabrina Ghinassi

(…) Leonardo Pivi ravennate non per nascita ma per studi (Istituto d’arte per il mosaico Gino Severini), che è riduttivo definire esclusivamente mosaicista, grazie ad un percorso che lo ha visto, nell’ultimo decennio, diventare un protagonista della giovane scultura italiana con opere certamente non musive. Per Pivi quello con il mosaico è un rapporto riscoperto dopo anni di lontananza (le sue sculture precedenti spaziavano, come materiali, dal cemento alla plastica e al legno) e declinato in modo straordinario attraverso una sorta di filtro fortemente mentale e, nello stesso tempo, squisitamente tecnico. Bisogna sottolineare che tutta la sua storia d’artista ha prodotto lavori caratterizzati da una bellezza perturbante, unheimlich avrebbe detto Freud, dai contorni tra il familiare e l’inquietante, ma sempre affascinante: mostri-giocattolo, teatrini marziani, lavori che il critico Guido Molinari ha definito “Sogni Elettronici”.
E lo scenario ultimo di Leonardo Pivi si ricollega proprio a queste atmosfere: riprende in apparenza la calligrafia e l’eleganza di un codice miniato medioevale, riproponendo in micromosaico le copertine, le fotografie, le icone della nostra contemporaneità (da Lara Croft alle copertine di Flash Art, al bambino africano della copertina di un Venerdì di Repubblica) e trasformando la banalità della nostra vita in qualcosa di eterno e perfetto. In lui la fragilità della carta si eleva all’immutabilità della pietra. Sono piccole cripte della nostra quotidianità, mausolei minimi, reliquiari preziosi che raccontano i loop visivi della nostra esistenza, quello che scivola giorno dopo giorno, davanti al nostro sguardo.
Ma nello stesso tempo, l’essere lapideo del micromosaico possiede in se una vibrazione, una qualità materica che lo rende vibrante, instabile, come i pixel di un’immagine televisiva. E quindi quella stessa staticità diventa in realtà destabilizzante; ti rende insicuro dandoti un’altra immagine, un altro un altro senso a quello che stai guardando. Può essere lo sguardo del bambino africano immerso nell’acqua melmosa tinta di bagliori purpurei che acquista uno spessore ancora più doloroso dell’immagine fotografica, oppure un’eroina da cartoon che sembra uscire minacciosamente da una playstation; anche se Pivi non nega mai, ed è questa un’altra delle sue caratteristiche, una qualità seducente della materia, una bellezza conturbante che lega sempre lo sguardo. (…)

<