Leonardo Pivi



Daniela Ardizzone
Nicola Davide Angerame
Dede Auregli
Renato Barilli
Luca Beatrice
Maria Rita Bentini
Bruno Benuzzi 
Francesco Bonazzi
Beatrice Buscaroli Fabbri
Lorenzo Canova
Paul Carey Kent
Fabio Cavallucci
Guido Curto
Roberto DaOlio
Edoardo Di Mauro
Emanuela De Cecco
Costantino D’Orazio
Francesco Gabellini 

Sabrina Ghinassi
Francesca Giraudi
Raffaella Iannella
Anna Malapelle
Susanna Mandice
Luigi Meneghelli
Guido Molinari
Alessandro Pessoli
Francesca Pietracci
F. Poli / G. Serusi
Ludovico Pratesi
Letizia Ragaglia
Gianni Romano
Maurizio Sciaccaluga
Marco Senaldi
Sabina Spada
Maria Grazia Torri 

Dell’aggiungere per svelare: i fotomontaggi di Leonardo Pivi
Catalogo Re-collage anno 2007
Francesco Gabellini

Sono rimasto subito colpito nel vedere i fotomontaggi di Leonardo Pivi, come mi capita solo di fronte all’evidenza del gesto artistico che, unico, riesce a svelare una verità diversamente sempre occultata. Tale è per me la limpidezza di queste opere che trovo imbarazzante ora, qui, il parlarne e se lo faccio è solo per una mia personale soddisfazione di poter ancora una volta credere che la parola possa dire. Ma so che di traslazione di senso si tratta e che dovrei tacere.
Potrei solo tentare di dire quali impressioni hanno suscitato in me queste opere. Ma prima vorrei suddividerle in due grandi categorie: quelle che hanno subito un intervento lieve, appena un ritocco e le altre, sulle quali la mano dell’artista/chirurgo ci è andata più pesante. Non per dare un giudizio di valore sulle prime rispetto alle altre o viceversa, semplicemente perché mi sembra che vadano ad assumere una diversa connotazione. Le prime mi fanno pensare allo strabismo di venere, alla bellezza del perfettibile, alla bellezza del pensiero del perfettibile. A ciò che si sa non essere possibile da raggiungere, e a quel comunque mettersi in strada che sempre l’artista propone. Al percorso come verità. Invece quei volti in qualche modo divenuti mostruosi, quelli che ho individuato nella seconda categoria, mi hanno portato a pensare a una ancora possibile etica dell’estetica. Questi volti ci suggeriscono, quasi profeticamente, una epoca in cui non potremo più (o non è già più possibile?) essere consapevoli della nostra mostruosità, anzi la scambieremo per bellezza.
Ciò che rende estremamente interessante, inoltre, tutto il lavoro è il fatto che una verità la si scopra ricoprendola di altri strati. Si va qui a mettere in opera uno di quei corto circuiti, di quegli ossimori che permettono all’artista di dire l’indicibile, di mostrare ciò che non si può diversamente vedere. Aggiungendo qualcosa a questi volti di donne, sostituendone un dettaglio, Pivi ridona loro la bellezza perduta in anni di povero vagabondare tra le pagine patinate, ma sbiadite, di futili riviste di moda. Queste donne hanno chiesto all’artista di tornare ad essere loro stesse e, finalmente, sembrano ammiccare, quasi a ringraziarlo per aver loro ridonato quella giusta imperfezione che le rende umane e quindi vere. La portata simbolica, anche se non necessaria all’opera, è facilmente intuibile. Si tratta di quel gesto che aggiungendo toglie, come se si fosse giunti a un punto in cui, lo scultore stesso, quale Pivi è, e di notevole bravura, non potesse più togliere e sentisse la necessità anch’esso di aggiungere per svelare. Come se il tempo in cui opera, questo gli chiedesse, forsennatamente. E l’artista, attento, con antenne sempre ben direzionate, rispondesse, ma comunque indicando la via che scopre. L’opera è calibrata indosso al modello con la sapienza tecnica del grande artigiano, del sarto d’alta moda, che prova e riprova il capo indosso al cliente finché entrambi, lui e il cliente, non sono pienamente soddisfatti. E la soddisfazione la si può leggere su questi volti così trasformati, magari meno canonicamente belli, ma finalmente, utopicamente consapevoli del percorso di ricerca di verità che li ha portati a diventare opere d’arte.