Leonardo Pivi



Daniela Ardizzone
Nicola Davide Angerame
Dede Auregli
Renato Barilli
Luca Beatrice
Maria Rita Bentini
Bruno Benuzzi 
Francesco Bonazzi
Beatrice Buscaroli Fabbri
Lorenzo Canova
Paul Carey Kent
Fabio Cavallucci
Guido Curto
Roberto DaOlio
Edoardo Di Mauro
Emanuela De Cecco
Costantino D’Orazio
Francesco Gabellini 

Sabrina Ghinassi
Francesca Giraudi
Raffaella Iannella
Anna Malapelle
Susanna Mandice
Luigi Meneghelli
Guido Molinari
Alessandro Pessoli
Francesca Pietracci
F. Poli / G. Serusi
Ludovico Pratesi
Letizia Ragaglia
Gianni Romano
Maurizio Sciaccaluga
Marco Senaldi
Sabina Spada
Maria Grazia Torri 

Ouverture
(Flash Art, 155- 1994)
Roberto DaOlio

Se non potesse sembrare un abuso terminologico o un imprecisione semantica tout-court, nel senso della ridondanza para-scientifica clic si è soliti attribuire alla definizione di arte antropologica, per Leonardo Pivi si potrebbe adottare in pieno tale aggettivazione. E, soprattutto, la si dovrebbe accettare nell’ordine completo di una legittimazione culturale e linguistica che segue e percorre senza soste i dislivelli e le fenditure di una apparente inattualità. Se anche, in superficie, si vuole allontanare al suo destino di distacco, di frammentazione e di archeologia, l’homus indistinto di vita e di morte che forgia e configura la morfologia della storia umana come precipitato simbolico e allusivo della “rappresentazione” del tempo e dello spazio, allora la continuitàdel collante antropologico colma ed abbrevia le distanze. Se la definizione di “primitivismo” si misura in diversi momenti con la necessità critica di una revisione delle pratiche correnti e di una volontà di richiamo “originario” e, forse, essenziale al contatto diretto con la natura e con i principi di una conoscenza archetipica, diventa utile porre l’attenzione sulla diversità e sulla molteplicità dei significati di evoluzione e di sviluppo. E, soffermarsi, al tempo stesso, sui passaggi e sui percorsi non sempre diretti, da uno stadio all’altro. Non solo per riflettere sulle forme di un’espressività modellata sulle compresenze, sulle ibridazioni e sui “ricorsi” asincronici ed eclettici, quanto sull’alterità che trascende materia e forma di un pensiero e di una conoscenza lineare, Leonardo Pivi coniuga un paradigma di attraversamenti in continua trasformazione e mutazione. Modifica scale e rapporti, attualizza l’arcaico e mitizza il sacro, secondo un’attitudine plastica in grado di cambiare rotta dalla materia simbolo per eccellenza: dall’argilla, alla pietra, ai sassi e ai ciottoli levigati dall’acqua e dal tempo; fino al materiale da costruzione “moderno” per antonomasia: il cemento. E ancora una strana ed ambigua commistione di organico e di inorganico, di vero e di falso, recuperata attraverso l’abilità, la pazienza e la raffinatezza “fuori tempo” della tecnica musiva. Dove il disegno, l’impianto e la struttura di base dell’assemblaggio minuzioso delle singole tessere, rispondono ad un’esigenza costante di ricerca e di alterazione/trasformazione dei materiali primari o. esplicitamente. secondari e artificiali, al fine di convertirli all’idea di partenza. Ideazione ed esecuzione non possono, in questo caso, venire separate e affidate all’abilità tecnica di on artigiano. Il piacere manuale del fare, del trasformare una materia povera o ricca, trovata o cercata con ostinazione e con co’a, e adeguata alle esigenze di on principio espressivo intransigente e caparbio, consente di estendere la dimensione estetica ad una me- I mona progcttoale capace di scamhi e di tensioni al dialogo e all’interazione. Non per niente Pivi coglie il grado e il valore di un movimento dialettico tra le parti e tra i diversi linguaggi formali utilizzati, nella necessità di articolarli singolarmente. E non certo nel tradurli uno nell’altro confondendo distanze e specificità. Ritorniamo e ripensiamo ancora alle scultore più o meno antropomorfe e dai tratti esasperati, magari anche in chiave neo-espressionistica. E ai materiali efficacemente disomogenei però amalgamati nell’ordine “contaminato” di una soluzione non lontana dall’idea del mitico BRICOLEUR delle origini. In questa dimensione simbolica e arbitraria, in questa riconversione di contrasti e di accostamenti “sacrali” di on immaginario senza confini, nel quale Cristo e Pinocchio si scambiano sulla croce o le figure dei dodici apostoli si attagliano come mutanti sanguisughe bronzee ad un emblematico simulacro; o sincretiche figure di templari e di cavalieri pseudo-medievali si stendono a perpetuare un rito di fertilità arcaico e ancestrale o, dove, a mutazione avvenuta l’idolo “pagano” si adegua ad un atto di prostrazione e di umana preghiera prima di smaterializzarsi nell’animazione grafica computerizzata, per risolvere nel gioco della “morra” l’esercizio sottile di una pratica dell’ironia, si risolve il quasi impossibile equilibrio tra proiezioni temporali inconciliabili. Se non sul piano orizzontale dell’evocazione e dello stordimento paradigmatico di una fusione linguistica tra pensiero “selvaggio” e lucida concentrazione di conoscenza necessaria a disperdere un sapere simbolico oltre i confini. Oltre tutti i confini che innervano nella storia processi di revisione e di riconversione ad una linearità progressiva e falsamente “evolutiva”. Leonardo Pivi sembra in grado di conservare il disincanto dell’opera compiuta nei suoi estremi minimali di una prassi intima e ossessiva (pensiamo al lento lavorio del cutter sui piccoli sassi, sulle ossa e persino sulle concrezioni patologiche prodotte dal corpo) così come, nella sua proiezione monumentale di reperto concentrato e virtuale di immagini in continuo movimento, tra un sentimento di conservazione della natura in forma simbolica e una determinazione cerimoniale alla contemplazione attiva di un’attitudine graduata sull’eliminazione delle distanze culturali e interpretative. Dalla somma di un lavoro plasmato sulla retorica dell’inattualità, si scopre lentamente il grado di proiezione e di coinvolgimento estremo che sale dalla vera concretezza del presente e della contemporaneità più consapevole, può ricavare la complessità di una risposta “radicale” dentro alla realtà.

Out of order (catalogo)
Aperto 95 – Galleria D’Arte Moderna, Bologna, 1995
Roberto DaOlio

Il lavoro di Leonardo Pivi approda alla dimensione plastica attraverso un lento processo di verifica tra l’ordine ancestrale dell’immaginario mitologico e la proiezione simbolica di una naturalezza perduta e svuotata di senso.
Un contatto con la materia del fare e con l’evocazione a distanza di on processo di contaminazione tra passato e presente, tra ordine simbolico ed evidenza feticistica, tra gioco formale (evocativo di segni e disegni mobilitati a condensare on apparato iconografico in equilibrio sui simboli sacri e sulle immagini profane) e tra violazione di codici espressivi che incarna e trasforma la concretezza scultorea in destino rappresentativo di metafore ardite e vitali.
Il senso primario della trasformazione avviene per sondaggi estremi nel confronto di una evocazione naturalistica e di una presa diretta nel fantastico immaginario dell’infanzia.
Contaminazioni simboliche e religiose si arricchiscono di ingombranti qualità surreali, in grado di riformulare l’idolatria del presente “immateriale” in pura iconoclastia semantica e virtuale.
Anche il luogo fisico e ricercato della “scultura” affronta la fluidità dei transiti e dei “non luoghi” della rappresentazione “out of order”.