Leonardo Pivi



Daniela Ardizzone
Nicola Davide Angerame
Dede Auregli
Renato Barilli
Luca Beatrice
Maria Rita Bentini
Bruno Benuzzi 
Francesco Bonazzi
Beatrice Buscaroli Fabbri
Lorenzo Canova
Paul Carey Kent
Fabio Cavallucci
Guido Curto
Roberto DaOlio
Edoardo Di Mauro
Emanuela De Cecco
Costantino D’Orazio
Francesco Gabellini 

Sabrina Ghinassi
Francesca Giraudi
Raffaella Iannella
Anna Malapelle
Susanna Mandice
Luigi Meneghelli
Guido Molinari
Alessandro Pessoli
Francesca Pietracci
F. Poli / G. Serusi
Ludovico Pratesi
Letizia Ragaglia
Gianni Romano
Maurizio Sciaccaluga
Marco Senaldi
Sabina Spada
Maria Grazia Torri 

Viva l’Italia
Fabio Cavallucci

Estetica della politica
Intervista di Davide Ferri
Tratto da “Corriere D’Italia” Galleria Astuni 2009

1. Mentre ero al cinema a vedere Videocracy, l’altra sera, pensavo a quanto è difficile trovare forme di resistenza (anche private) a questa specie di “fascismo estetico” di cui parla il film. Mentre guardavo Videocracy pensavo anche alle domande che avrei potuto farti in occasione di questa breve intervista, non ci conosciamo, ma mi sembra che tu sia uno di quegli artisti che all’interno di quel flusso di immagini che ci ha come travolti, tramortiti, abbia provato a metterci le mani, se non altro per provare a spezzarne il ritmo, creando come dei gorghi temporali, “eternando il frammento”, come dice Marco Senaldi, attraverso un medium inattuale come il mosaico. Per te dunque lavori come quelli che hai fatto utilizzando le copertine delle riviste hanno anche un valore politico?

C’è un sottile humor politico, drammaticamente ricercato, lo ammetto.
Mi interessano più i volti dei politici che la politica, per essere più precisi “l’estetica della politica” da cui riprendo l’espressività congelata delle facce finte, rifatte, dipinte e ritoccate, abbinate alle frasi retoriche dei giornali negli strilli di copertina, creano un mix di elementi comunicativi che spesso mi seducono.
Il contrasto tra un supporto “usa e getta”, la serialità di queste immagini omologate e i contenuti standardizzati di queste riviste sono, la cornice ideale per inserire violentemente un corpo estraneo come un’opera fatta a micromosaico o piccole sculturine, che riporta ad una dimensione atemporale in contrasto con il primordiale messaggio del mezzo.

2. Ho sentito più volte fare riferimento a quella specie di malsano individualismo che secondo molti affliggerebbe gli artisti italiani e sarebbe una delle cause di quella incapacità di fare sistema, di agire politicamente, che è uno dei problemi dell’Italia. Una volta, ad una conferenza, mi ha colpito una frase di Pier Luigi Tazzi che diceva che il bozzolo che protegge gli artisti italiani ha anche a che fare anche con la storia e la tradizione. Pensi che in quest’ottica possa essere letta anche la tua scelta di usare il mosaico?

Non sono convinto che il bozzolo sia protettivo, al contrario ritengo che la storia dell’arte italiana invece di proteggerci ci schiaccia, perché imprigiona l’artista mentalmente in una quantità infinita di cose da conoscere, valutare,ed imparare che spaventano.
Gli artisti italiani (tranne alcune eccezioni, quali penso di fare parte) da decenni non si preoccupano più di avere un legame forte con la propria tradizione, questo legame è durissimo da mantenere, sia fisicamente che mentalmente. Forse è più facile allinearsi ad un’arte più internazionale libera da vincoli storici e di tradizione.

3. Hai mai pensato di andare a vivere in un altro paese? E perché hai scelto di abitare lontano dai grandi centri? Nel luogo in cui vivi, Riccione, c’è qualcosa in cui ti riconosci e che per te ha ancora a che fare con l’Italia? Si può ancora parlare di un’Italia periferica, provinciale? E che forma di vitalità riesce ad esprimere?

Non sono finito per caso a Riccione, sono romagnolo di nascita e sento un forte legame verso la mia terra. I sapori, gli odori e soprattutto i colori, tutto questo mi crea dipendenza, ma non solo, sono parte integrante del mio lavoro che si basa su un rapporto diretto con la natura. Un rapporto fatto di osservazione, scoperte, prelievi, e tranquillità mentale che solo in precisi e ricercati luoghi riesco ad avere. L’artista è artista ovunque, non è il luogo che fa l’artista.
Sono sempre stato consapevole del fatto che è durissimo per un artista vivere in provincia, le opportunità che offre una metropoli sono molto maggiori sotto tutti i punti di vista, vivendo però nell’era della “rete” le distanze si sono ridotte, questo mi consola un po’.

4. Nel libro New Italian Epic, Wu Ming afferma che il fatto più rilevante dell’ultimo decennio di letteratura italiana è la comparsa di un gruppo di scrittori (Saviano, De Cataldo e Genna ad esempio) che riesce a fare i conti con la turbolenta storia e con l’attuale situazione dell’Italia. Esistono a tuo avviso opere d’arte che riescono ad esprimere un atteggiamento analogo rispetto all’Italia, al di là di un generico “impegno politico”?

Penso che l’opera d’arte possieda un valore assoluto che travalica ogni contesto che sia politico o no. L’essenza dell’opera è puramente artistica, al di la di un “impegno politico” individuale vissuto dall’artista.
Esistono in Italia artisti, che al pari degli scrittori da te citati, esprimono nel proprio lavoro un atteggiamento simile.
Ci sono tantissime opere dalla presenza politica imbarazzante, ne cito una dal passato il “Quarto stato” di Pellizza da Volpedo, opera straordinaria, basta questa per convincermi che l’atteggiamento distratto della politica nei confronti dell’arte contemporanea in generale vada rivisto.
La politica non ha ancora compreso che sono le opere di quello spessore culturale che ci guardano e giudicano nel presente quello che facciamo.