Leonardo Pivi



Daniela Ardizzone
Nicola Davide Angerame
Dede Auregli
Renato Barilli
Luca Beatrice
Maria Rita Bentini
Bruno Benuzzi 
Francesco Bonazzi
Beatrice Buscaroli Fabbri
Lorenzo Canova
Paul Carey Kent
Fabio Cavallucci
Guido Curto
Roberto DaOlio
Edoardo Di Mauro
Emanuela De Cecco
Costantino D’Orazio
Francesco Gabellini 

Sabrina Ghinassi
Francesca Giraudi
Raffaella Iannella
Anna Malapelle
Susanna Mandice
Luigi Meneghelli
Guido Molinari
Alessandro Pessoli
Francesca Pietracci
F. Poli / G. Serusi
Ludovico Pratesi
Letizia Ragaglia
Gianni Romano
Maurizio Sciaccaluga
Marco Senaldi
Sabina Spada
Maria Grazia Torri 

Spazio aperto al disegno 
(catalogo) 
Villa delle Rose, Bologna/Bari 2002

Dede Auregli

(…) Leonardo Pivi anche nel disegno, come nella scultura, rivolge un’attenzione quasi ossessiva alla perfezione formale, anche i temi trattati non differiscono in modo particolare, e infatti qui siamo di fronte ad un universo immaginativo fantastico e onirico, spinto verso un aspetto particolare che è quello di un divertissement surreale e malignetto in bilico tra il fumetto horror e i grandi maestri “gotici” del passato.

Dede Auregli Ironia del movimento e della morte

Tratto da Anteprima periodico settimanale del 20 10 1990 n° 14 Bologna

(…) Leonardo Pivi, ravennate attivo con mostre personali e collettive già da qualche anno, ci propone un immaginario che scava all’interno di personalissime interpretazioni antropologico-espressive, una sorta di “rivisitazione” di culture tribali e di moderno espressionismo, di paziente e sapiente manualità artistica e artigianale (le sorprendenti sculturine come tanti idoletti da lui realizzati scavando ciottoli di fiume o di viale e i pizzi e gli “uncinetti” di mano femminile) e di indifferente produzione industriale e d’uso quotidiano (gli imbuti di plastica o di lucido metallo che, perduta la tranquilla consuetudine dell’uso appaiono quali oggetti di tortura e quindi di morte).
In ogni lavoro è ben percepibile una carica di orrore quotidiano che viene tenuto perfettamente a bada da una fredda, quasi minimale costruzione dell’opera, giocata su strutture lineari, geometriche e comunque parche. In un paio di situazioni Pivi tenta anche la dimensione aumentata; ma se ci sembra riuscire in una “ultima cena” dove le teste in creta posate a terra – forse scalpi o mummie – acquistano la violenza di qualcosa che germina e prolifera, qualche dubbio rimane sulle dita mozzate, quasi falli giganteschi e sgonfi, ai piedi della minuscola figura femminile di “Africa Africa”. Nel catalogo che accompagna la mostra un testo di Roberto Daolio, uno di Claudia Colasanti Canovi e uno di Alessandro Pessoli, un altro giovane artista il cui lavoro, pur in forme e con ragioni diverse appare essere in sintonia con l’ironica (fino a che punto?) necrofilia del nostro. (…)